Da bambina giocavo a “ facciamo finta che…”Immaginavo una realtà diversa dalla mia. Un altro spazio. Un altro

tempo. Davo voce alle altre me stesse, diverse per fisicità, per carattere, per sensibilità. Mi relazionavo con gli

altri e con lo spazio intorno a me in modo creativo e sempre nuovo. Durante il gioco il mio corpo si trasformava in

emozione. Con esso inventavo scene sempre nuove,interpretavo ruoli, scrivevo storie.

Quando mia madre mi chiamava per mangiare, uscivo dal mio mondo fantastico.Abbandonavo i confini immaginari del

gioco. Valicavo controvoglia la  linea sottile della realtà e tornavo ad essere la piccola Giovanna. Finivo di mangiare

e iniziavo i compiti. Ma il palcoscenico, il mio personale palcoscenico era sempre lì nella mia mente. Non mi

abbandonava. Aspettava il mio quotidiano ritorno. Ogni giorno crescevo un po’ di più.

Dieci, quindici anni dopo la mia vita era consacrata definitivamente al palcoscenico. Quello vero. Ero praticamente

diventata pericolosa per me e per gli altri. Ero diventata un’artista. Non potevo più progettare. Avevo progettato,

ormai, di dare libero sfogo al mio essere. La mia voce, i miei occhi, tutto il mio corpo erano diventati mine pronte

a far deflagrare la comunicazione. Nasceva finalmente la mia espressione.Come quando ero bambina, continuavo a

scongiurare il presente. Potevo seguitare a giocare con la complicità del pubblico e ogni sera potevo portare in quel

luogo di giochi straordinari che è il teatro un po’ della mia realtà.